La termoablazione dell'epatocarcinoma con le microonde

Il tra amento della termoablazione consiste nell’indurre la necrosi (ossia la morte cellulare) di una lesione tumorale tramite un’irradiazione mediante il calore. Ciò può essere ottenuto in diversi modi, ma oggi il paziente ha una possibilità in più: la termoablazione con le microonde. 

“L'epatocarcinoma è un tumore molto diffuso - spiega il dottor Guido Poggi, responsabile dell'Unità opera va di Medicina Generale dell'Istituto Di Cura Città di Pavia​ - Esso insorge prevalentemente nei pazienti con epatopatie di tipo virale, che sono diverse a seconda delle varie aree geografiche: la causa prevalente di patologie che colpiscono il fegato nei Paesi occidentali è l'infezione cronica da virus dell'epatite C; in quelli asiatici, invece, è più frequente l'epatite B. Entrambe le forme portano a un'epatite cronica progressiva, con graduale danno al livello del fegato, e comportano l'insorgenza di cirrosi. La complicanza più temuta della cirrosi è proprio l'epatocarcinoma”. 

“La termoablazione con microonde - continua lo specialista - è in grado di trattare tumori di dimensioni fino a 3,5 centimetri di diametro. Per lesioni tumorali più grandi, fino a 6 centimetri, essa viene combinata con la metodica di chemioembolizzazione, che consiste in una devascolarizzazione: entrando per via arteriosa da un accesso periferico, come l'arteria femorale, si seleziona l'arteria che irrora la lesione e si inietta materiale embolizzante che chiude temporaneamente, o anche definitivamente, la sua vascolarizzazione. In questo modo si rende la lesione più sensibile all'effetto della termoablazione”. 

Le microonde interagiscono con le molecole d’acqua contenute nei tessuti determinando una continua variazione del loro asse: il costante tentativo di allineamento delle molecole d'acqua con le microonde crea calore, e quindi un riscaldamento del tessuto dall'interno. Il risultato finale è che il tumore viene “bruciato”, muore per effetto termico. Il calore determina la necrosi del tumore ma anche del tessuto circostante, creando così una sorta di margine chirurgico che mette al sicuro da eventuali recidive.

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